mercoledì 13 dicembre, 2017 Stay Connected

L’apoteosi del nulla

pokemon-go-strada

di Gerardina Russoniello

Dal 15 luglio è approdato anche in Italia, facendo impazzire grandi e piccoli, il gioco Pokèmon Go: un’applicazione per cellulari sviluppata da Niantic e Game Freak, il cui obiettivo è di catturare mostricciattoli chiamati Pokèmon, creature immaginarie che si possono allenare e far combattere fra loro, nati dalla fantasia del giapponese Satoshi Tajiri che alla fine degli anni ’90 hanno appassionato bambini e ragazzi con cartoni animati e giochi per il Game Boy.

Lo scopo del gioco era per i giocatori quello di assumere il ruolo di “allenatori” di Pokèmon (dalla contrazione di Pochet-Monsters) in specifiche “palestre” e creare squadre di piccoli mostri da far combattere contro quelli di altri player. Visto il grande successo, dall’iniziale videogioco giapponese del 1995 sono stati poi prodotti molti altri videogiochi fino ad arrivare a Pokèmon Go, il primo gioco di Pokèmon per smartphone. Una volta scaricata la app Pokèmon e dopo la registrazione è possibile personalizzare il proprio avator digital , ovvero il personaggio che rappresenta l’utente nel mondo fittizio del gioco. È possibile scegliere il sesso, il colore degli occhi e dei capelli, gli abiti indossati. Creato il proprio personaggio si entra nell’area principale del gioco: la mappa di Pokèmon Go che oltre alla strade reali della propria città mostra anche punti di riferimenti inesistenti nella realtà noti come PokeStop (luoghi, spesso pubblici, come musei o siti turistici, nei quali si possono trovare oggetti virtuali utili a migliorare la propria esperienza di gioco, potenziando il proprio equipaggiamento e anche questi diventano visibili sulla mappa nel momento in cui si trova nel loro raggio) e Palestre per Pokèmon. Mentre ci si sposta nel mondo reale è possibile notare sullo schermo la segnalazione che alcuni Pokèmon siano nei paraggi e una volta arrivati nel luogo esatto in cui l’animaletto digitale è posizionato, questo risulterà visibile sulla mappa e sarà possibile catturarlo con una PokeBall, secondo lo slogan della serie “Gotta Catch’em All!” Più di un giocatore può catturare lo stesso Pokèmon, che risulta visibile separatamente a entrambi nello stesso luogo. Grazie al supporto del GPS e della realtà aumentata, ovvero quella tecnologia che aggiunge degli elementi digitali alla realtà, i giocatori si trasformano in allenatori di Pokèmon virtuali e devono andare in giro per la città cercando di catturare Pokèmon, conquistare palestre e guadagnare soldi per le PokèBall. Viene così superata l’idea della “partitina” da giocare sul divano o davanti alla fermata dell’autobus; Pokèmon Go si gioca ovunque e in qualsiasi momento: non si può stare semplicemente seduti a giocare ma bisogna uscire, andare in giro per le vie della città, muoversi fisicamente seguendo le indicazioni della mappa, raggiungere i luoghi indicati, dove una volta arrivati si visualizzeranno sullo schermo i Pokèmom da catturare, gli oggetti e le palestre da conquistare. Pokèmon Go permette di creare un’interazione tra il mondo reale e quello virtuale e incoraggia i giocatori a uscire di casa ed esplorare il mondo che li circonda, anche se si tratta di un gioco che sovrappone la realtà virtuale a quella che si sperimenta con i 5 sensi. Negli USA si è coniato un neologismo per descrivere questo fenomeno: “Pokemoning” ovvero vagare per le strade della città a caccia di Pikachu e compagni che , grazie alla realtà aumentata, si vedono sullo schermo dei cellulari muoversi liberamente intorno a noi e a pochi passi da noi.

Pokèmon Go, quindi, non è solo un nuovo gioco, ma un modo diverso di vivere il gioco, è il tentativo di creare un nuovo legame, più profondo, fra il video Gamer e i suoi eroi e comprende una platea più vasta di 20 anni fa: appassionati di nuove tecnologie, giovani, meno giovani, uomini, donne, bambini o semplici curiosi. E i giocatori di oggi e di allora, adulti ormai, ma non abbastanza per smettere di giocare, tanti Peter Pan, per reagire alle responsabilità della vita, manifestano una sorta di ipersensibilità verso gli eroi virtuali.

Il vero pericolo è quello di perdere di vista la realtà (quella non aumentata), di camminare per strada con gli occhi sempre puntati verso lo smartphone (salvo poi tornare alla dura realtà inciampando sul marciapiede o andando a sbattere contro un palo), di fare uscire l’aggressività insita in ciascuno, di diventare asociali, di denegare la vita e fare un’apoteosi del nulla.

Il vero pericolo è una competizione distruttiva perché non volta al confronto diretto per migliorarsi nello scambio di nozioni, ma allo scontro virtuale senza alcun insegnamento, di vivere in una realtà che non è realtà laddove si minimizzano contesti culturali dove i grandi hanno fatto la storia che noi invece di raccontare e divulgare rendiamo emerito scenario spicciolo adibito a dimora dei Pokèmon.

Il vero pericolo è di aver scelto di rinnegare all’anagrafe la propria idendità perché si è scelto di vivere avendo tra le mani uno smartphone e di chiamarci tutti, con costumi diversi, con colori diversi, con icone diverse, Pokèmon.

E così non viviamo più la nostra vita, forse non abbiamo più una vita, e quando finiremo il nostro gioco e alzeremo la testa per guardare il nostro viso riflesso in uno specchio vedremo le rughe del tempo passato, frutto non di gioia vera, di dolore vero, di soddisfazione vera, di esperienza vera ma di allucinamento da smartphone… Che dire? Ormai è fatta!